Capoeira

Il Portogallo tra il XV ed il XVI secolo era una nazione monarchica che si affacciava sull’Atlantico e che si trovò costretta ad espandersi sui mari non avendo la potenza militare e numerica per contrastare i regni europei più interni quali la Spagna e la Francia, molto più ricchi e forti dei lusitani; queste limitazioni favorirono la nascita dell’espansione coloniale.
I Portoghesi cominciarono a catturare schiavi africani già dal 1441 nel territorio della Guinea orientale come altre potenze colonialiste europee, per utilizzarli in patria per i lavori più umili.

Il Brasile fu scoperto il 22 aprile del 1500 dal portoghese Pedro Alvares Cabral, comandante di una flotta di navi e caravelle, che si dirigeva verso l’India seguendo le rotte di Vasco da Gama e che fortunosamente si ritrovò dinanzi a queste terre selvagge e sconosciute. A causa dei venti (detti anche “alisei portoghesi”) che costringevano le navi ad allargare le loro rotte lontano dalle coste africane per doppiare il Capo di Buona Speranza, la flotta si spostò troppo al largo fino a toccare le coste di questa nuova terra. Nel posto dello sbarco fu eretta una grande croce su di un piedistallo di pietre e fu celebrata una messa in onore della scoperta, cerimonia molto comune in quei tempi di nuovi viaggi e conquiste.

EngenhoLa vera colonizzazione, però, cominciò quasi un trentennio dopo, nel 1529, quando il re João III del Portogallo inviò una grossa flotta per sistemare e controllare i confini delle terre brasiliane. Per oltre venti anni le esplorazioni e i viaggi portoghesi non andarono oltre la zona costiera. La spinta più forte all’occupazione venne dalle informazioni sulla natura del Brasile che si diffondevano al ritorno delle spedizioni. L’attrazione maggiore era verso le terre fertili ed il clima mite, dall’abbondanza di acqua e di foreste (il pregiato “pau Brasil” che diede il nome alla nazione).  Nel 1550 cominciarono ad arrivare i primi schiavi negri portati là come manodopera per gli “engenhos”, i grossi mulini che macinavano la canna da zucchero per la produzione del prodotto grezzo.
La tratta degli schiavi neri iniziò quindi, in Brasile, per la richiesta di manodopera a basso costo nelle piantagioni di canna da zucchero nel 1550; i tentativi di utilizzare gli indios indigeni erano in parte falliti per la resistenza opposta dagli stessi che, o si ritiravano verso regioni inaccessibili ai bianchi o, se catturati, si lasciavano morire d’inedia piuttosto che lavorare come schiavi. Alcune tribù, in realtà, furono anche ridotte in schiavitù e poi utilizzate per i lavori pesanti, ma sia la Corona portoghese che la Chiesa, più per evitare rivolte in un territorio dove comunque i bianchi erano in minoranza che per spirito umanitario, si opposero alla schiavitù degli indios mettendoli sotto la protezione dei gesuiti. Gli indigeni furono comunque decimati dalle malattie portate dai conquistatori e dall’espropriazione forzata delle terre che li sostentavano.

Tra il 1550 ed il 1600 gli schiavi di origine africana soppiantarono quasi del tutto gli schiavi autoctoni. I negrieri sceglievano appositamente africani di etnie diverse per rendere difficile la comunicazione e l’unione, in modo da prevenire ribellioni sia in mare, durante la traversata, che nelle fazendas. Le etnie più rappresentate in Brasile furono di origine sudanese (yoruba, nagô, keto), dahomeiana (gege, fon) e nigeriana (malé, mandinga, solinke, bambara) adesso sparpagliate per tutto il territorio. Gli schiavi di origine nigeriana, sostiene la tradizione popolare, erano guerrieri che poi diedero il via alle numerose rivolte di schiavi culminate nei Quilombos.

Già alla fine del XVI secolo furono registrate le prime fughe di schiavi nel Nord Est del Brasile con la formazione anche delle spedizioni dei Capitãos do Matomercenari e avventurieri, ma anche schiavi fedeli ai loro padroni, che si organizzavano per catturare e punire i fuggitivi. Ciò indusse gli ex-schiavi a rifugiarsi sempre più verso l’interno fino a trovare una regione accidentata, ricoperta di una ricca vegetazione tropicale, dominata dagli alberi di palma; di qui il nome di Palmares. In questa zona nacque il Quilombo de Palmares, il più importante rifugio e centro di resistenza dei fuggiaschi che resistette agli attacchi dei portoghesi per circa ottanta anni. La resistenza da parte dei quilombolas fu favorita anche dall’occupazione del Brasile tra il 1630 ed il 1661 da parte degli olandesi che impegnarono i portoghesi in una guerra per il possesso della colonia.

Capitão do matoI primi documenti che usano il termine Capoeira riferito ad una lotta sono del 1630 “…gli schiavi fuggiaschi si rifugiano nella capoeira (vegetazione bassa) per poi aggredire i Capitães do Mato che vanno a riprenderli con calci, testate e rasteiras (colpi disequilibranti…)”. La maggior parte della documentazione su questa arte-lotta-danza è andata perduta alla fine del XIX secolo su ordine del ministro Rui Barbosa il quale mandò a distruzione la maggior parte dei documenti sulla tratta degli schiavi, giustificando questo gesto con la motivazione di cancellare l’orrore della schiavitù e del commercio di esseri umani. In realtà, l’intento era di far sparire i registri e gli atti di vendita degli schiavi in modo da impedire, da parte sia degli ex-schiavi che degli ex-padroni, la richiesta di risarcimenti. Questa distruzione giustifica la scarsa mole di documenti e dati circa la Capoeira e diverse altre forme di cultura afro-brasiliana, le cui origini sopravvivono ormai solo nei ricordi e nei canti popolari.

E’ quindi nelle fazendas che nasce il primo germoglio della capoeira, nelle grandi senzalas dove gli schiavi lavoratori venivano riuniti dopo una giornata estenuante di lavoro per rifocillarsi e riposare, e dove potevano legare tra loro attraverso la musica e i loro canti rituali. Spesso, essendo di etnie diverse e non parlando la stessa lingua, socializzavano attraverso il ballo e la musica, superando le barriere di comunicazione imposte dai padroni. Molti di loro erano guerrieri strappati ai loro eserciti, esperti nella lotta e nel combattimento, fisicamente dotati e preparati anche dal duro lavoro; cominciarono allora ad esercitarsi fisicamente anche in attesa del momento buono per la fuga. Per mascherare i loro “allenamenti”, suonavano e lottavano al ritmo delle percussioni, attenti all’arrivo del padrone bianco; in sua presenza i ritmi cambiavano e gli schiavi danzavano, ingannando il “fazendeiro” che quindi li lasciava fare credendo che quella loro festa fosse un buon modo per distrarli e non farli ribellare.

Rugendas; CapoeiraFino all’800, quindi, il traffico di schiavi contribuì alla formazione di una comunità negra in Brasile che superò, di numero, la popolazione bianca e che solo le armi da fuoco tenne sottomessa. Le rivolte e le fughe numerose fecero crescere il senso d’identità degli schiavi, anche se le stesse non ebbero mai buon fine e la repressione si accentuò ad ogni tentativo. In questo periodo le manifestazioni della cultura africana furono permesse ed incoraggiate sia come valvola di sfogo delle tensioni accumulate, sia per accentuare le divisioni tra le varie etnie presenti in Brasile, che rivaleggiavano nelle varie manifestazioni.

Nel 1850, fu istituito il divieto del traffico di schiavi con la promulgazione della legge “Eusébio de Queirós” che proibiva l’arrivo delle navi negriere e la vendita degli schiavi; successivamente furono proibiti i culti e le manifestazioni tradizionali non riconosciute dalla Chiesa Cattolica. La motivazione politica era il voler liberare, da parte dell’uomo bianco “civilizzato”, i negri schiavi dalle loro credenze pagane ed elevarli allo stesso livello di civiltà.

Lungi dall’abbandonare i riti ancestrali della loro cultura, i negri cominciarono a mascherare e a nascondere i loro dei e le loro tradizioni sotto le vesti cattoliche della Chiesa. Nacque così il sincretismo religioso brasiliano con i riti dell’Umbanda, del Candomblè, e tante altre manifestazioni che sono giunte fino ai giorni nostri, come anche la Capoeira.

Carybé; CapoeiraIl 25 maggio del 1888 la regina Isabella decretò la fine della schiavitù nel Brasile e, un anno dopo, nel codice penale brasiliano comparve un articolo in cui, “fare nelle strade e nelle piazze pubbliche esercizi di agilità e destrezza corporale conosciuta con la denominazione di capoeiragem” comportava la pena dai due ai sei mesi di prigione, aggravata se fatta in gruppi o bande; ai capi o leader riconosciuti tali, la condanna veniva raddoppiata, ai recidivi portata a tre anni, per gli stranieri la pena era la deportazione. Qualche tempo dopo un decreto istituì le colonie di correzione agricole attraverso il lavoro per “vadios, vagabundos e capoeiras”.

Fu l’inizio dell’emarginazione per la Capoeira; il capoeirista veniva equiparato a vagabondi e ladri, anche perché, in un periodo di grandi cambiamenti, coloro che praticavano questa lotta erano avvantaggiati e, spesso, venivano ingaggiati in gruppi (maltas) per appoggiare una fazione politica o per provocare disordini; erano abili, furbi, sapevano utilizzare le armi bianche quali la navalha ed il rasoio a mano libera. Vivevano di espedienti e di piccoli furti e non di rado si facevano ingaggiare per qualche ritorsione o vendetta. A Rio de Janeiro le maltas di capoeira erano tristemente famose per i tumulti provocati durante i comizi politici mentre nel Pernabuco arrivarono a sfidare addirittura la polizia militare. La Capoeira, da manifestazione culturale e tradizionale, era diventata un “problema sociale” a carattere nazionale.

Leggermente diversa si presentava la situazione nello stato di Bahia dove, anche se la repressione nei confronti dei capoeiristi non era minore rispetto agli altri stati, l’alta percentuale di ex-schiavi di origine africana consentì la conservazione di molti riti e tradizioni e favorì il nuovo corso della Capoeira. Da premettere che fino a quel momento la Capoeira non era associata alla musica e agli strumenti considerati attualmente tradizionali di questa arte, ma più alle armi da taglio e ai disordini. In questa regione, però, per il forte legame alle religioni ancestrali degli schiavi a cui erano indissolubilmente legati strumenti musicali e ritmi, la maggior parte dei capoeiristi era anche parte della comunità spirituale.

Fu da questo momento, ed in questa regione, che gli strumenti musicali tipici della Capoeira entrarono a far parte stabilmente nella vita della Capoeira stessa. I riti religiosi furono trasportati nella Roda attraverso l’utilizzo degli strumenti in modo simile alle cerimonie spirituali; la triade dei tamburi (atabaques) fu ripresa con la triade dei berimbau, il cerchio per la cerimonia degli orixas divenne la Roda di Capoeira, i vestiti ed il giorno dedicati ai “santi”, i canti celebranti le feste e gli spiriti del Candomblè e dell’Umbanda, il possesso di amuleti e protezioni contro gli spiriti e gli uomini, tutto contribuì a diminuire il carattere violento ed a trasformare il capoeirista in un artista.

Capoeira antigaInfatti, nello stesso tempo sempre a Bahia, gli stranieri di passaggio cominciarono ad appassionarsi a questi esercizi di abilità ed agilità con accompagnamento musicale, disposti anche a pagare per poter assistere di nascosto alle loro esibizioni.
Ma la Capoeira era ancora proibita e i vari praticanti, alcuni dei quali venivano già chiamati maestri (mestres), dovevano agire in clandestinità. Persino i loro nomi venivano taciuti, nascosti dietro ad “apelidos”per evitare rappresaglie e delazioni. Le rodas si organizzavano la domenica davanti alle chiese o nelle feste comandate, quando la vigilanza era minore e le possibilità di fuga, nel caso di arrivo della polizia, erano maggiori.
Con la repressione della polizia militare, la Capoeira, venne eliminata da quasi tutto il Brasile; sopravvisse solo nello stato di Bahia per il suo legame con la religione, che ne mitigò gli aspetti più violenti e la rese più facilmente occultabile; da lotta “di strada” per i ladri ed i vagabondi, acquistò di nuovo la sua dignità di “arte negra” per eccellenza. Il fenomeno, da “problema sociale”, cominciò la sua trasformazione per giungere ad essere “strumento sociale”.

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